Un’estate così. Dedicated to my old, new and future friends.

Dopo il Sud Africa?!?

Ho aggiornato a caso Facebook, lasciando intendere e non intendere.

Ho fatto cose che la gente di solito non fa.

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Luglio 2014, Fuori di Cresta con Paolo Marazzi 3000 mt di scalata!

Sono andato in posti strani con della gente

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Sosta chiave di PanAroma con Jacopo Larcher e Sandro de Zolt

Ho portato della gente in altri posti

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A Cadda con Jacopo sulla mitica “the doors”. A fargli sicura Michele Caminati, che l’aveva appena chiusa.

Ho fotografato persone che lavorano

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C.A.M.P. Safety work in Vevey, people working for us

E persone che hanno lavorato.

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Giovanni Ratti, 90 anni appena compiuti. Ragno di lecco.

Ho schivato temporali.

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Poco prima del diluvio a Cadarese

Preso in giro amici

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Klaus Dell’Orto mentre schiatta sulle statiche di Bellavista. Gli amici si vedono qui…

Visto tramonti da posti scomodi

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Tramonto dalle 3 cime di Lavaredo

E non ho visto tramonti da posti comodi

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Al bed and breakfast Bernina del (vecchio) amico Luca Comi

Ma soprattutto…

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Jacopo Larcher asciuga le ossa e il gear a Cadarese

…a vedere queste foto so che domani anche se piove io sarò li fuori a cercare di fare una bella foto!

Nelle foto: Paolino Marazzi, Jacopo Larcher, C.A.M.P, La Sportiva, Bed and Breakfast Bernina, Ragni di Lecco

South Africa _ Rassegna Stampa

Fa piacere vedere il frutto del lavoro

Thanx to LaSportiva, Wild Country, James Pearson, Caroline Ciavaldini.

Video… coming soon!


Desnivel, Spagna

http://desnivel.com/escalada-roca/james-pearson-y-caroline-ciavaldini-exploran-la-escalada-clasica-en-rocklands

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Planetmountain, Italia
Cover

http://www.planetmountain.com/

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Article

http://www.planetmountain.com/News/shownews1.lasso?l=1&keyid=41968

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Climax, Germania

http://www.climax-magazine.com/trad-in-south-africa/

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DPM

http://www.dpmclimbing.com/articles/view/james-pearson-and-caroline-ciavaldini-go-trad-climbing-rocklands

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Effimera

Non è il nome di una nuova via, è la descrizione di una realtà inconsistente che gli alpinisti delle alpi Centrali inseguono da ormai tanti anni, forse troppi!

 

un breve approfondimento del lato umano, dei tentativi andati a vuoto, delle frustrazioni degli alpinisti di cui non si parla mai, ma che fanno parte della vita reale di chi va in montagna.

Fuori di Cresta

Puttana vacca! Ma come cazzo è passato ‘sto cristo di Gervasutti nel ’33? “Pfff, occhio!”

Di certo non è politically correct, ma quando stai tribolando su una placca di 20 metri protetta da un solo chiodo del 1933 è quello che passa per la testa.

Mente chi reputa di usare un linguaggio più educato in certe situazioni.

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Sono ormai compromesso, non torno indietro, non posso. Il passo mano/piede su tacchetta non credo di poterlo fare indietro, ormai è andata, se quando mi ristabilisco non c’è la presa che spero… Pfff, c’è! Urlo “alé!”. Paolino mi risponde “vai Riky, grande!” o qualcosa di simile. Metto con ingordigia un friend del 2 nella fessura e mi porto in sosta. È la seconda protezione dopo 20 metri di placca, e la prima è un chiodo che ha 80’anni. Anzi, 81.

 

Sulla torre Re Alberto dominiamo il panorama, abbiamo appena fatto la mitica placca di Gervasutti, che la leggenda vuole essere stata aperta a piedi nudi per avere più aderenza, e comunque sia, mi levo il cappello al cospetto di questo passo da leggenda del Fortissimo! Ci manca un tiro duro e la parte più difficile di “fuori di cresta” è fatta. O almeno così crediamo.

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Siamo partiti giovedì sera dal Bar Monica, che fondamentalmente non sapevamo neanche dove stavamo andando. Mi era bastato l’entusiasmo di Paolo nel dirmi “andiamo a fare fuori di cresta!” per mandare a ramengo amici e lavoro. Si va. Nego l’evidenza del crociato collaterale e del menisco che ho schiacciato 40 giorni fa. Non fa più male! Ma non mi sono neanche allenato per un giorno! E dai racconti sulla via, sui tiri e sui dislivelli… ma dai, vuoi non farcela?

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Paolo ha fatto la spesa, preso il materiale. Il mio compito era solo quello di essere un buon socio. Alle 10 di sera circa siamo all’Hotel Meridiana. Cinque stelle più una via Lattea. La Mastercard qui non serve, ci sono cose che non puoi comprare. Spariamo cazzate, andiamo a cercare l’acqua, ci facciamo una busta di passata di pomodoro, un tè. Pensiamo al buon Daniele che ha portato su le assi per fare il letto. Non ci sono parole per ringraziare lui, il Piri e il Mirko che hanno rimesso a nuovo l’Hotel!

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Poche ore dopo siamo veramente infelici, in un orrendo canale di quarto e quinto, improteggibile, erba verticale e lame instabili. Una vera merda! Trovo una nicchia per fare una mezza sosta, ma il friend che tento di piazzare rompe la lama che precipita subito in direzione di Paolo! Che sciccheria! Punto i piedi nella sabbia della nicchia, e recupero a spalla. “Com’è la sosta?” “Vai tranquillo!” gli rispondo. Cos’altro potrei dire? Non c’era un punto di assicurazione degno di questo nome negli ultimi 100 mt di conserva. E di certo non lo trovo adesso. Ma a dirglielo cosa ci guadagno?

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Non sono in forma. Me ne sono accorto praticamente in ogni momento. Patisco mortalmente le camminate, 40 giorni di inattività sono una legnata. Mi sono preso la briga di “rasparmi su” per i tiri più merdosi e d’esperienza per poi passare il testimone per i tiri “seri” a Paolino, che è in forma come un bastardo e ha 20 anni meno di me. Ma siccome la sfiga ci vede benissimo e lui no… si infila in un buco e batte il ginocchio. Fa finta di niente, ma mi chiede di andare avanti ancora per un po’, nella speranza che continuando a muoverlo il dolore passi. È solo una botta. Speriamo. So che gli fa veramente male.

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Andiamo via spediti, non ci mettiamo mai le scarpette e abbiamo degli zaini che, per quanto contenuti, pesano. E si sentono! La relazione di Piri è buona, ci ritroviamo in tutto e per tutto. Le cose, a parte un quarantenne a mezz’ordine e un ventenne ammaccato vanno bene. Ci troviamo bene. Parliamo poco di sicurezza e di come tenerci. Il codice è semplice: non cadere. Non è un’opzione. Caduta uguale… Non si deve cadere! Punto.

Lo sappiamo e non ce lo diciamo. Parliamo delle fidanzate, tema evergreen!

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Malgrado sia la prima via che facciamo insieme l’intesa è ottima, quando uno ha una piccola “down” l’altro tira senza problemi. Per fortuna stanchezza ed euforia si alternano e non si sovrappongono! I metri corrono veloci. Vediamo il Torrone sempre lontano. Bah, ce la faremo?

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Qualche doppia merdosa ci costringe ad abbandonare materiale, prendere decisioni antipatiche ma le cose vanno. Fino a quando non siamo in cima alla torre Re Alberto. Qui sono cazzi! Le doppie sono un chiodo buono e uno schifoso. Non ci sono altre opzioni. I primi apritori hanno trovato questi due piazzamenti e non c’è altro. Perdiamo tre ore, tra indecisioni e paure. E anche perché in fondo alla calata, anziché andare a destra vado a sinistra, le corde si incastrano: un casino. Penso al peggio, che non è quello che pensate voi. È chiamare il soccorso, se per caso il telefono prende. E se non prende, aspettare in una nicchia per un paio di giorni fin tanto che amici e parenti non vengono a cercarci.

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La relazione parla chiaro. A un certo punto si esce a sinistra, su una cengia dei camosci e si cammina per 600 metri, fino a riprendere il filo di cresta. Sono talmente cotto che anche se la cosa non mi sembra ovvia, rantolo in salita con la frontale accesa a cercare un po’ di neve da sciogliere per bere e mangiare e un posto dove buttarci giù per la notte.

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Paolo si addormenta al sound del Jetboil. Mangiamo poco, siamo troppo stanchi per aver fame. E non è una cosa buona, lo so. Ma non ho fame e fatico a finire la mia busta di liofilizzato. Ci facciamo un tè, mi rollo una sigaretta e crolliamo.

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Il mattino ci svegliamo con calma all’alba. Colazione e ripartiamo. Il ginocchio di Paolo non è per niente a posto, e io sono sfinito. Lo so che mi pentirò, me ne vergogno un po’, ma non ho veramente voglia di fare la Osio-Canali. È una continuazione logica, ma potremmo continuare per 5 giorni se volessimo, a fare creste, cercando di essere integrali e integralisti. Io sono qui per vivere la mia avventura, divertirmi e tornare al bar a raccontarla.

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Non voglio né mi interessa che altri la raccontino, il mio principio è che se lo faccio io lo può fare chiunque, basta volerlo, quindi… Quindi quando anche Paolino al passo del Cameraccio esprime perplessità, spingo per andare a valle. Sono stanco, non conosciamo la discesa dalla Osio-Canali perché… abbiamo dimenticato la relazione nel baule, e la Svizzera mette possibili rovesci nel pomeriggio, che comincia tra due ore!

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Lo so benissimo che avremmo potuto, e forse ce l’avremmo anche fatta senza problemi grossi. Lo so che se l’avessimo fatta saremmo entrati nella storia della Valle. Lo so che al Bar Monica ci attende lo sfottò di quelli che l’hanno fatta e di quelli che vorrebbero averla fatta. Lo so. E sinceramente non me ne frega niente. Fa parte del gioco. È da 20’anni che vado in valle. Anzi, 25! Ma per me è una questione di aver una buona scusa per bere una birra e quattro amici con cui sparare cazzate.

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E anche di aver trovato senza difficoltà lo stimolo per andare a fare una cosa che credevo più grande di me, sono contento che mi abbiamo preso per il culo, sono contento perché ho fatto il passo di Gervasutti e non l’avrei mai pensato possibile. Sono contento che Paolino sia passato sulla fessura dove io mi sono ritirato perché avevo esaurito tutto. Sono contento che nulla sia perfetto e tutti siano criticabili, c’è sempre una scusa per tutto. E ognuno, come recita il mitico film “platoon”, ha la sua scusa. E ci siamo divertiti. E anche fati il culo, diciamolo senza mezze misure.

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Ma non l’abbiamo finito, e probabilmente non è possibile finirlo, siamo arrivati dove le nostre gambe ci hanno detto basta.

Se solo non avessimo preso una botta, se non avessimo perso tempo nelle doppie, se avessi vent’anni in meno, se non fumassi, e soprattutto se mio nonno avesse avuto le ruote…

babau

Outdoor photography workshop, Livigno, 25/25 luglio

Il 25 e 26 luglio a Livigno, ospite dell’Adventure Movie Awards terrò un corso di fotografia outdoor. Due giorni di fuoco, trekking, climbing, foto notturna, ma soprattutto possibilità di divertirsi e di fare qualcosa di bello insieme. Per info tecniche potete contattare direttamente me, mentre per prenotare dovete contatare l’organizzatore a questo link.

outdoorhttp://www.adventureawards.it/alpine-photo-workshop-con-riky-felderer/

Melloblocco

Entro in Valle in una quiete quasi surreale per essere maggio. Un tizio che sembra avere un armadio sulla schiena mi guarda con un misto di sospetto e curiosità. “Ahò, ma se scala anche co a’ corda qui?”. Guardo il precipizio e

Jacopo Merizzi assicura Olivo Tico sul “massimo del minimo” durante il Melloblocco

istintivamente sono infastidito.

Non è colpa sua.

Siamo diversi.

Io potrei fargli la stessa domanda per il boulder e infastidirlo!

Quindi gli dico: “Si!”. Annuisce e prosegue.

Jacopo Merizzi assicura Olivo Tico sul "massimo del minimo" durante il Melloblocco

Penso di essere un vecchio conservatore reazionario, non so se con compiacimento o commiserazione.

Ieri ha piovuto, oggi invece c’è il sole, e tutto lascia pensare che farà caldo. Ma forse si alza il vento. Con Elena entro in valle senza sapere cosa andremo a fare. Dipende da cosa ci ispira al momento.

Decidiamo di fare Kundalini. Lei non l’ha mai fatta e allora partiamo.

Ironizziamo sul fare uno speed record. “Alé, come Alex Huber!”.

Alla fine del primo tiro incontro un brizzolato più vecchio di me appollaiato in sosta. Mi sistemo anch’io come un pipistrello sul comodo risalto coperto da un tetto.

Tranquillo e serafico parte, munge senza pensarci due volte il primo chiodo, e sparisce dietro l’angolo, non prima di avermi guardato con occhio strano dicendomi “il mio maestro mi ha insegnato così!”. Lo guardo come se non fosse vero, sto cercando nell’archivio confuso delle mia mente. Eppure l’ho già visto! Quando arriva Elena parto e il secondo tiro è fatto. Dalla sosta sento degli urletti a commento dei passi più duri, e vedo una camicia bianca svolazzante… Nel frattempo ripenso a quella faccia “Alé, dai che va! Bellissimo! Superlativo! Aaaalé!”

Adesso siamo paralleli su due vie vicine, e ci vediamo tutt’e quattro. La dinamica coppia alla nostra destra saluta, augura buona giornata e dichiara di voler fare il “massimo del minimo”! Cochise, la “serpe ripresa”, una placchetta di raccordo e finire di nuovo su Kundalini. E ripartono veloci e leggeri. Raccordo il terzo e il quarto tiro, li vedo sui giardini sospesi in mezzo all’oceano di placche. Eppure…

Il Disgrazia si staglia sovrassaturo di neve. Bellissimo!

I vecchi malefici svolazzano via leggeri, io mi consolo pensando che chi va sano va lontano. E poi chi se ne fotte. È una giornata talmente bella. E il Guerini pare ci abbia addirittura dormito per godersi più a lungo la scalata.

Sopra è un po’ bagnato, e dentro me penso solo che voglio arrivare in fretta per capire bene da vicino chi sono ‘sti due canuti eroi della placca spalmata, che divorano a grandi falcate con scarpe palesemente troppo grandi…

Ma non ce n’è, appena mi sembra di poterli raggiungere, loro riaccelerano e scompaiono veloci e precisi dietro gli angoli e sopra i tetti della parte finale di Kundalini. Maledetti bastardi. Tra un blocca, un vengo e un “alé” sono spariti, non li vedo né li sento più.

Penso al fatto che si possa scalare anche con la corda in val di Mello, c’è vento da nord e un discreto silenzio.

Recupero la corda e nel frattempo guardo un ragnetto che si industria a impacchettare la sua preda, probabilmente per offrirla alla sua bella questa sera.

 

Postfazione

*Sono arrivato in cima semicongelato, partito in maglietta per lo “speed record” non ho tenuto conto del fatto che la mia fidanzata non si chiami Alex Huber e che il sole giri

*i “vecchi” svolazzanti erano solo Jacopo Merizzi e Olivio Tico. Se non sapete chi sono, mettete “google immagini” e sapevatelo

*comunque ci abbiamo messo poco più di 3 ore, i due “vecchi” poco meno. La prima volta che ho fatto Kundalini mi sono calato!